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Scoperchiare il vaso di Pandora (1^parte)


di onanilbarbaro
07.01.2026    |    3.285    |    2 9.9
"Al momento di aprire il portafoglio vidi il biglietto con l’indirizzo del villino di Elena..."

Tutto cominciò per una terribile confusione creata dal mio socio con la testa prematuramente già in vacanza. Un pasticcio che ha portato effetti e conseguenze del tutto imprevedibili, non solo a me, ma anche ad altri inconsapevoli soggetti.
Era l’ultimo lunedì di luglio. Quella mattina rientravo al lavoro dopo venti giorni di vacanza trascorsi girando per la Francia in motocicletta.
Non era ancora passato un quarto d’ora da quando mi ero seduto alla mia scrivania che lo squillo del telefono si insinuò tra me e il paesaggio delle carte che mi stavano aspettando. Una voce femminile dal tono giovanile, garbata ma decisa si presentò.
“Qui è l’Ufficio Tecnico del Comune, sono la dottoressa Elena M., parlo con lo Studio Tecnico XXX?
“Sì io sono uno dei titolari.”
“Buongiorno… Ho qui una pratica relativa a un progetto, con un appunto di Campolmi che chiede di presentarlo quanto prima alla Commissione Edilizia del Comune.”
“Sì, Campolmi è il mio socio e credo di sapere a quale pratica si riferisce. C’è qualche problema?”
“Direi proprio di sì. La Commissione si riunisce domani ed è l’ultima riunione prima delle ferie; dopo si va a fine settembre, se tutto va bene.”
“E…?
“E allora quello che mi è pervenuto non può certo essere presentato alla commissione. La domanda riguarda l’edificazione di un condominio di tre piani con sei appartamenti. Nell’incartamento invece c’è la planimetria di un villino, la relazione per l’edificazione di un capannone, altri documenti che riguardano delle ristrutturazioni e altri ancora che niente hanno a che fare con il fabbricato di cui si chiede la costruzione. Posso supporre che ci sia stato uno scambio di documenti tra vari fascicoli. Se volete che possa essere esaminata domani deve farmi avere tutti i documenti pertinenti e che si porti via quelli finiti lì per caso.”
Mi resi conto che Campolmi, con la testa già in vacanza, si era confuso nell’arcipelago di fogli che aveva sparsi sulla scrivania e ne aveva fatto un cocktail dentro il fascicolo sbagliato.
“Grazie della segnalazione. Scusi l’invadenza, ma non era l’ingegner Valente che si occupava di queste pratiche?”
“E’ ancora Valente. Io mi occupo di parchi e giardini, ma con lui ci sostituiamo vicendevolmente durante le ferie. Io sono rientrata alcuni giorni fa, lui è partito adesso e quindi devo occuparmi anche delle sue competenze.” Il suo tono si era fatto leggermente risentito.
“Ho capito perfettamente qual è il problema e posso facilmente trovare i documenti che servono per domani. Mi basta una mezz’oretta di tempo e sarò lì personalmente.”
“Adesso ho una riunione. Venga verso le dodici, lavoreremo insieme per sistemare questo pasticcio e potrò verificare che sia tutto a posto.”
Riattaccò bruscamente senza nemmeno attendere il mio saluto.
Alle dodici in punto ero alla portineria del Comune,
L’addetto mi annunciò telefonicamente e mi chiese di attendere. L’attesa non fu lunga. Mi aspettavo un’austera signora di mezz’età abbigliata con altrettanto austero tailleur; invece fui raggiunto da una donna snella di aspetto giovanile, né alta né bassa. Indossava jeans, camicetta bianca a maniche corte e scarpe da ginnastica. Aveva un caschetto di capelli biondi non molto curati e un po’ démodé che le davano un’aria sbarazzina. Solo quando mi arrivò a distanza ravvicinata mi resi conto di quanto fosse graziosa e della sua età, sicuramente intorno alla quarantina. La seguii nell’ufficio di Valente, una stanza ampia con una scrivania collocata sotto una finestra e un lungo tavolo posizionato proprio al centro. Sulla scrivania ci attendeva il fascicolo incriminato che la funzionaria andò a prendere per portarlo al tavolo, dove ci mettemmo al lavoro seduti fianco a fianco.
Iniziammo a selezionare i vari allegati dividendo quelli pertinenti da quelli incongrui. A entrambi non sfuggiva che la situazione era abbastanza bizzarra e dava lo spunto a qualche sorriso e a qualche battuta, soprattutto a danno del povero Campolmi.
“Possiamo darci del tu?” domandò inaspettatamente “non riesco a dare del lei a lungo, tanto vale passare subito al tu”.
La rassicurai che anche io lo preferivo, quindi tornammo ad esaminare i documenti incriminati.
Cercando di alleggerire al massimo il lavoro tentai di fare ricorso alle mie scadenti capacità di conversatore faceto. In qualche modo dovetti riuscirci almeno un po’ perché Elena in breve si dimostrò anche in questo un’ottima collaboratrice. Mi rivelò dei tic verbali di Valente, come “in effetti” o “pertanto”, che infilava a proposito, e soprattutto a sproposito, in ogni frase; al punto che i suoi collaboratori lo chiamavano tra loro “l’ingegner Pertanto”.
“L’ingegner Pertanto che mentre noi siamo qui si sta godendo le vacanze in Grecia” commentò Elena.
“E tu dove te le sei godute le tue vacanze?” domandai.
“Avrei dovuto godermele in un bellissimo villaggio turistico in Calabria, con un mare splendido. Non vedevo l’ora che finissero.”
“E perché?”
“Lasciamo perdere, ho una famiglia complicata. E tu, dove sei stato?”
“In giro in motocicletta attraverso la Francia facendo campeggio.”
“La motocicletta mi fa paura, il campeggio è troppo avventuroso per i miei standard, ma ti invidio lo stesso.”
Il tempo era passato velocemente e tutto sommato piacevolmente da quando eravamo un po’ scivolati sul leggero e sul confidenziale. Arrivammo alla fine e Elena si accertò che il fascicolo fosse pronto per l’esame della Commissione. Era ormai l’una passata, domandai se nei paraggi ci fosse un ristorante o una trattoria dove potessi fermarmi a mangiare.
“C’è una trattoria qui vicino che fa un prezzo di favore ai dipendenti comunali. Possiamo andarci insieme, così potrai godere anche tu dello sconto. Io ci sarei andata comunque, perché devo fermarmi al lavoro anche nel pomeriggio.”
Mi proposi di offrirle il pranzo per ringraziarla della sua disponibilità, ma fu irremovibile perché ognuno pagasse il proprio.
La trattoria si trovava a poche decine di metri. I tavoli nella sala interna, fornita di aria condizionata, erano tutti occupati, dovemmo adattarci a prendere posto in terrazza, che avemmo tutta per noi come unici occupanti per tutta la durata del pranzo. Una spessa tenda ombreggiava la terrazza e una brezza gradevole stemperava il solleone di fine luglio. Ordinammo il menù del giorno, poco adatto al clima estivo, che consisteva in un primo di lasagne e a seguire scaloppine al limone. Non ero riuscito a convincere Elena a permettermi di offrirle il pranzo, insistetti per offrire almeno una bottiglia di Gallo Nero.
Forse fu quella grande terrazza tutta per noi, il cibo non abbondante ma decisamente gustoso, o piuttosto il Gallo Nero, ma in breve si creò tra noi un clima rilassato e confidenziale. Volle sapere qualcosa di più sulle mie vacanze in moto e mi chiese se viaggiavo da solo. Le confessai che avevo come passeggero la mia ex moglie, dalla quale ero separato legalmente da qualche anno.
Stupita: “davvero fai le vacanze con la tua ex moglie?”
“Non è una cosa così strana come può sembrare. Quando abbiamo voltato pagina e superato lo strascico di amarezze che la fine di un matrimonio inevitabilmente si porta dietro finiscono anche le recriminazioni e le aspettative. Ne esce un rapporto sereno che consente di condividere momenti come quelli vissuti in vacanza. Abbiamo due figli e anche se sono ormai due adulti rimangono comunque un legame forte. Aggiungi poi che nessuno di noi due ha un nuovo partner fisso…”
Un sorrisetto malizioso apparve sul suo volto, forse incoraggiato dal Chianti che ormai era a metà bottiglia.
“Perdona la mia impertinenza, ma sorge spontanea la domanda: passate venti notti a dormire insieme in una tenda, non avete un partner; possibile che tra voi non succeda quello che penso?”
“Sì, ogni tanto succede, quello che pensi. Ma le cose non cambiano tra noi, sono momenti di piacere che non riescono a resuscitare quello che è stato e non è più. Soddisfatta della risposta? Dimmi piuttosto com’è possibile avere una famiglia complicata al punto di rovinare una vacanza in un luogo bellissimo con un mare stupendo?
Non avevo mai visto sul volto di qualcuno un cambiamento di espressione così improvviso e radicale. Elena rimase muta e immobile per qualche istante, si versò del vino e lo bevve d’un fiato. Mi sentii in imbarazzo.
“Non voglio essere inopportuno o invadente. Fai conto che non ti abbia chiesto niente.”
“Non c’è niente di segreto o misterioso nella mia situazione familiare; nel mio ambiente di lavoro tutti i miei colleghi ne sono a conoscenza. Durante questo pranzo, con questo vino, l’avevo un po’ messa da parte e la tua domanda mi ha di colpo riportato alla realtà. Ma, credimi, è un vero casino.”
“Scusami, non volevo intromettermi nei tuoi problemi familiari…”
“Non è il caso che ti scusi, forse parlare a cuore aperto con un quasi sconosciuto può perfino farmi bene.”
Si versò ancora un po’ di vino e dopo averlo sorseggiato lentamente riprese a parlare.
“Da quasi due anni mio marito soffre di una grave crisi depressiva da cui non riesce a venire fuori. È esplosa alla morte dei suoi genitori, avvenuta in modo repentino a distanza di meno di un mese tra i due. Di lavoro fa il rappresentante, quindi a contatto con clienti tutto il giorno e deve fare lo sforzo enorme di mostrarsi, se non allegro, almeno sereno e sorridente. Nessuno può immaginare la fatica che gli costa. La sera torna a casa e si chiude in un mutismo assoluto, non mi guarda nemmeno e io mi sento impotente perché non so in che modo aiutarlo. Aggiungi a questo che mia figlia, che ha sedici anni e una totale venerazione per il padre, mi colpevolizza proprio perché non riesco ad aiutarlo. Capisci ora perché le mie vacanze sono state un vero inferno? Eravamo in un villaggio sul mare con tutte le comodità, in un luogo di una bellezza commovente. Sergio ha passato le vacanze senza quasi uscire dalla camera, sempre a letto. Mia figlia aveva avuto la brillante idea di portare con sé una amica sua coetanea, verso la quale mi trovavo di conseguenza ad esserne responsabile. Questa è stata la mia vacanza ed è la mia quotidianità. Quello che è peggio è che non si intravede la fine di tutto questo. Il mio tempo migliore è quello passato al lavoro. Le domeniche sono terribili, non vedo l’ora che arrivi il lunedì.”
All’improvviso scoppiò in una risata amara: “pensa il paradosso, tu hai una ex moglie con la quale puoi trombare, io un marito che amo ancora e che da due anni non tromba e che a stento mi parla.”
Si fece di nuovo seria e forse leggendomi in faccia l’imbarazzo, ma anche la comprensione, aggiunse: “per fortuna ho una mia oasi dove per qualche ora posso sfuggire alla tetraggine quotidiana e ottenere il mio reset settimanale. Il sabato pomeriggio è tutto mio, tutto per me e solo per me. I genitori di Sergio possedevano una piccola villetta in collina, una casetta modesta, ma con un po’ di terra intorno e in una posizione incantevole. Mio marito non ci vuole più andare per il ricordo dei genitori, ma non vuole venderla. Io con la scusa di controllare e tenerla in ordine ci passo il pomeriggio del sabato per godermi un po’ di pace, di solitudine e di serenità. Leggo, ascolto musica, faccio giardinaggio. Cose così, che mi aiutano a non impazzire.”
Mentre parlava aveva lo sguardo fisso sul bicchiere del vino ormai vuoto. Versai quello rimasto nella bottiglia nei nostri bicchieri.
“Scusami lo sfogo, ma un po’ è stata colpa tua” disse abbozzando un timido sorriso “il fatto è che non mi capita spesso di potermi confidare e tu sei riuscito a crearmi la più favorevole delle occasioni.”
“Anche se la mia situazione non è lontanamente paragonabile a quella che stai vivendo, capisco molto bene quel tuo bisogno di reset settimanale. Il mio consiste nel trascorrere il sabato pomeriggio girovagando in motocicletta, quasi sempre senza meta e con qualunque clima.”
Il pranzo era terminato, facemmo un accenno di brindisi facendo tintinnare i bicchieri con l’ultimo vino rimasto, poi andammo a pagare. L’accompagnai fino all’ingresso del comune e mentre ci salutavamo mi venne in mente di dirle, senza troppa convinzione: “se ti va un sabato pomeriggio potrei venirti a trovare nella tua oasi, così per una volta riuniamo i nostri reset settimanali. Basta che mi lasci l’indirizzo, conosco bene le zone collinari.”
Senza dire una parola Elena aprì la borsa, estrasse una penna e un blocchetto, scrisse su un foglietto, lo strappò e me lo dette con un sorriso. Poi si voltò ed entrò nel palazzo. Quello fu il suo modo di salutarmi. Infilai, senza nemmeno leggerlo, il biglietto nel portafoglio che avevo ancora in mano dopo avere pagato il conto del ristorante e tornai alla macchina.
La settimana volò via, veloce nei giorni ma interminabile nelle ore lavorative. Nel pomeriggio del sabato, subito dopo pranzo, andai a prendere la moto, anche se non riuscivo a decidermi tra una puntata al mare oppure il fresco della montagna. Mi fermai a un distributore a fare il pieno; quando andai a pagare avevo quasi optato per il mare. Al momento di aprire il portafoglio vidi il biglietto con l’indirizzo del villino di Elena. Era in una zona che conoscevo bene per averci lavorato per alcuni anni. “Perché no!” mi dissi. Affrontai la stretta e tortuosa strada che portava in collina continuando a domandarmi se fosse opportuno o no presentarmi così, ospite inaspettato. Decisi alla fine che c’era un unico modo per saperlo. Imboccai la strada che portava all’indirizzo della villetta e in una ventina di minuti mi trovai davanti a un vialetto, in fondo al quale si intravedeva una bassa palazzina davanti alla quale sostava una vecchia Fiesta un po’ ammaccata. Mentre parcheggiavo la moto dietro l’auto Elena uscì richiamata dal rumore. Sembrava una donna molto diversa da quella che avevo conosciuto il lunedì precedente. Era scalza, indossava dei calzoncini di jeans cortissimi e sfrangiati, da cui uscivano gambe sode, tornite e perfettamente proporzionate alla sua altezza. Indossava una T shirt bianca sotto la quale si indovinavano, data l’assenza del reggiseno, due seni non voluminosi ma che si muovevano compatti a ogni suo gesto. Ma quello che più la rendeva indistinguibile dalla donna che avevo conosciuto era il largo e luminoso sorriso che mi rivolse mentre mi toglievo il casco.
“Spero di non essere inopportuno e di non infrangere la sacralità del tuo sabato pomeriggio.”
“Al contrario, mi fa piacere la tua visita. Vengo qui alla ricerca di pace e tranquillità, ma non ho per niente la vocazione dell’eremita. Entra, ti faccio vedere il mio rifugio.”
L’interno era quanto di più essenziale si possa immaginare, ma tutto molto razionale. Si entrava direttamente in una grande sala con a sinistra un caminetto di fronte al quale troneggiavano un ampio divano e una poltrona. Al centro della stanza un grande tavolo; sulla destra un breve corridoio portava ad una camera, a una piccola cameretta ed al bagno. Sul fronte opposto una porta si apriva su un cucinotto piccolo, ma dotato di tutto il necessario. Da lì una porta consentiva di accedere a un piccolo spazio esterno coperto da una tettoia in plexiglas. Sotto la tettoia un minuscolo tavolo tondo di ferro e due sedie anch’esse di ferro si affacciavano sul più dolce dei paesaggi collinari, con la pianura sullo sfondo. Una brezza leggera mitigava il calore del pomeriggio agostano.
“Capisco perché vieni a rifugiarti qui, un vero paradiso.”
“Siediti qui e aspettami un attimo, dato che siamo in paradiso ti faccio assaporare un vero nettare.”
Entrò, sentii rumori di sportelli che si aprivano e si chiudevano, dopo pochi istanti mi raggiunse portando una bottiglia e due bicchieri.
“Questo è un vinsanto prodotto dal contadino di un podere confinante. Non è quello che produce per metterlo in vendita, è il fior fiore, quello destinato alla famiglia. Ogni anno me ne regala qualche bottiglia, per amicizia.”
Poi aggiunse sorridendo con malizia: “e anche perché credo che sia un po’ innamorato di me. Peccato che abbia abbondantemente superato la settantina.”
Elena non esagerava definendolo un nettare.
Non ricordo gli argomenti della nostra conversazione. Forse parlammo del nostro lavoro, di musica e di letteratura, forse dei bei tempi andati. Quello che ricordo è che restammo a lungo a chiacchierare amabilmente e che non parlammo mai delle nostre condizioni familiar sentimentali. Intanto la bottiglia del nettare si svuotava.
Non ricordo quali furono le parole o i gesti o gli sguardi che ad un certo momento ci indussero ad alzarci e dirigerci nella camera da letto. Non ricordo nemmeno l’atto materiale di alzarsi dalle sedie e compiere quei pochi passi che portavano dal piccolo spazio esterno alla camera. Ricordo invece molto bene quello che accadde dopo. Il momento in cui ci togliemmo i pochi abiti che avevamo indosso; i lunghi preliminari che precedettero il momento in cui entrai dentro di lei.
Non fu un approccio irruente, ma tenero, lento e delicato. Ci baciammo a lungo, poi si chinò per prendere in bocca il mio membro. Me lo leccò, me lo succhiò in modo, direi, diligente; ma non potevo non cogliere in lei una certa rigidità, forse un imbarazzo. Con delicatezza la riportai a me, la baciai ancora con la massima tenerezza che l’eccitazione mi consentiva. Quindi fu il mio turno: le dischiusi le cosce ancora un po’ rigide, appoggiai la mia bocca alla vagina e presi a baciarla con la stessa dolcezza usata nel baciarle la bocca. Da quel momento tutto cambiò: le mie labbra subito si ritrovarono umide di lei mentre la mia lingua danzava su un clitoride ben pronunciato. Ricordo infine l’appassionato trasporto col quale mi accolse dentro di lei e le vibrazioni del suo corpo che rivelavano non soltanto il raggiungimento di un piacere fisico, ma anche di una liberazione.
Le uniche parole dette tra noi in quei momenti furono le sue quando mi soffiò in un orecchio: “non venirmi dentro”.
Dopo, sudati e ansimanti restammo sdraiati tenendoci per mano.
Rimanemmo in silenzio per non so quanto tempo, finché lei, con tono serio, disse: “è la prima volta che vado a letto con un uomo che non è mio marito.”
“E sei pentita?”
“Forse lo sarò domani o tra qualche giorno, forse mai. Adesso no di sicuro. Da tanto tempo non mi sentivo così viva e mi accorgo che avevo quasi dimenticato di essere una donna.”
“Una donna bella e ancora giovane.”
Andammo a buttarci insieme sotto la doccia. Sotto un piacevole scroscio di acqua appena tiepida ci baciammo a lungo tenendoci abbracciati. All’improvviso si staccò da me e guardandomi negli occhi mi disse con tono serio e determinato: “se ti va possiamo vederci ancora, ma una cosa deve essere chiara: non dovrai mai innamorarti. Se mi accorgessi che ti stai innamorando ti lascerei immediatamente. Io amo mio marito e quando tornerà ad essere l’uomo che ho sposato per me ci sarà solo lui.”
Non mi aspettavo un’affermazione tanto perentoria, ma per me andava più che bene; si trattava solo di smorzare un po’, per fair play, il mio gradimento verso una relazione priva di implicazioni sentimentali.
“Se è questo che vuoi per me va bene, non vorrei mai essere una minaccia per il tuo matrimonio. Sono un ultra cinquantenne che vive alla giornata e da tempo ha chiuso il capitolo innamoramento e amore. Con me non corri questo rischio.”
Siglammo il patto con lunghi baci appassionati. Dopo, ancora nudi e bagnati, tornammo a sederci sotto la tettoia fuori dalla cucina restando per lo più silenziosi. Capii che la cosa migliore a quel punto era andarmene e lasciarla a elaborare quello che era successo. Tornai in camera per vestirmi; mi accompagnò alla moto ancora nuda e ci salutammo con un ‘ciao’ forse un po’ impacciato.

(segue…)
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